Adozioni in Bielorussia
 
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Un’altra Bielorussia.
martedì 21 marzo 2006

In occasione delle elezioni per il Presidente della Repubblica, questi giorni si parla di Bielorussia. Si parla, com’è giusto, delle contestazioni in atto a Minsk da parte dell’opposizione e delle prese di posizione dell’UE, degli USA e così via. Qualche giornalista si addentra anche in una sommaria descrizione del Paese.

C’è però un’altra Bielorussia, della quale non si parla mai, né in concomitanza delle elezioni né tanto meno quando non ci sono notizie di particolare rilevanza.

E tuttavia quest’altra Bielorussia esiste, vive, soffre, spera, piange e ride proprio in mezzo a noi, senza che quasi nessuno se ne accorga.

Si tratta del paese dove vivono “i bielorussi”, come ormai tutti li chiamano; coloro cioè che hanno avuto la fortuna di ospitare nelle proprie case i “bambini di Chernobyl” per accoglienze temporanee di risanamento e che ne sono stati conquistati; hanno creduto possibile dare loro quello che essi stessi chiedevano: una famiglia nella quale crescere ed essere amati. Sembrava possibile, era stato possibile per alcuni di loro; i bambini lo volevano, le famiglie lo volevano, i decreti di idoneità emessi e timbrati. Cosa poteva impedire a questi genitori ed a questi figli di riunirsi?

Invece non sta andando così. Le domande di adozione sono ferme ormai da due anni e le prospettive di una soluzione positiva sono sempre più scarse, sempre più lontane.

E così questi “bielorussi”, dopo tanta speranza, dopo molte lotte, dopo infiniti incontri con le autorità, dopo manifestazioni e lettere, dopo riunioni e discussioni vivono ormai in un Paese tutto loro, un’altra Bielorussia appunto.

Questi “bielorussi” aspettano che i bambini tornino per le vacanze in Italia e li vanno a trovare negli istituti dove vivono, hanno conosciuto le loro maestre i loro amici, i loro parenti; sono cittadini di altri Paesi, oltre all’Italia, perché il loro Paese è anche quello dove vivono i loro figli ed è anche quello dove vivono da soli: il Paese dei “bielorussi”.

Questo è un Paese dove si vive pensando continuamente ai bambini, dove ci si sente padri e madri anche se nessuna legge ne riconosce lo stato anagrafico; dove non è più possibile fare qualcosa di bello e piacevole, perché nulla è bello e piacevole se non si è in compagnia dei propri figli.

E’ un Paese sospeso, che fluttua dentro di loro, non ha confini precisi: è dappertutto e da nessuna parte. In questo Paese si vive aspettando un’altra vita, che forse verrà o forse no.

Quando li incontrate per strada, niente potrebbe aiutarvi a riconoscerli, i “bielorussi”, se non qualche piccolo particolare, ma chi può far caso a piccoli particolari?
Li potreste riconoscere solo se notaste che di quando in quando, all’improvviso e senza un motivo apparente, fanno strane smorfie, sembra che stiano per piangere o per sorridere. Sembrano mezzi pazzi, insomma.
E in fondo lo sono, perché stanno pensando ai loro bambini, al loro futuro, all’ultima sciocchezza detta per telefono.

Giovanni Scibilia