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INTORNO A "MARIA"
venerdì 15 settembre 2006

La vicenda della piccola “Maria” e della coppia di Cogoleto, entrando in un circuito mediatico del quale si rischia di rimanere tutti prigionieri, sta rapidamente schiacciando la ragione ed il buon senso.

Se non affrontiamo la questione unicamente attraverso la lente, inevitabilmente un poco distorta, dei sentimenti e delle emozioni, non possiamo non riconoscere che ciò che viene richiesto alla Bielorussia da chi sposa senza incertezze le ragioni della coppia di Cogoleto sarebbe inaccettabile per qualunque Stato. Si chiede infatti, in sostanza, che la Bielorussia riconosca ed ammetta la propria incapacità di prendersi cura in modo adeguato di una bambina che ha subito drammatiche violenze, come se in quel Paese non esistessero mezzi competenze strutture e, diciamolo, affetto adeguati alla tutela dei bambini.

Mi domando cosa avverrebbe se il caso riguardasse una bimba italiana che confidi ad una coppia presso la quale è ospitata, mettiamo in Norvegia, di aver subito violenze e sevizie e se in Norvegia si decidesse che il bene della bambina è di non tornare in Italia perché qui non avrebbe cure sufficienti. Potrebbe l’Italia accettare un simile stato di cose? Ci verrebbero a raccontare i politici, i sindaci e gli psicologi che effettivamente è meglio così, perché in Italia c’è un popolo incivile e incompetente? Ci verrebbe a dire qualche sacerdote che nascondendo la bambina in Norvegia si sta facendo quello che si fece anni fa per difendere gli ebrei dai nazisti?

Non è che non possiamo permetterci di dire queste cose per paura di ritorsioni, non ci possiamo permettere di pensarle.

Noi dobbiamo comprendere le ragioni di chi ci troviamo di fronte e non per giudicare chi ha ragione o torto, ma poter superare gli ostacoli e le divisioni, nell’interesse prima di tutto delle centinaia di bambini che stanno aspettando di sapere se il proprio futuro sarà quello che essi sperano; ed in secondo luogo di quello di tutte le famiglie italiane che da anni stanno vivendo con angoscia e dolore la lontananza dai bambini che sono (per il cuore, per parenti e amici, per i bambini stessi prima di tutto) figli, ma che non lo sono per la legge.

L’unica strada possibile è quella del dialogo e del rispetto reciproco, che è una strada dove ci possono essere anche i litigi, i pugni battuti sul tavolo o l’assunzione di posizioni forti e severe, ma che rimane sempre un dialogo.
E’ una strada che stiamo percorrendo in tanti, con il nostro carico di dolore e di angoscia che ci portiamo dentro costantemente, in ogni momento della giornata, e che in queste ore è se possibile ancora più pesante.

Abbiamo chiesto a molti, forse a tutti, di aiutarci e venire con noi per questa strada e chi ci ha voluto aiutare, infatti, è insieme a noi su questo percorso.

E’ una strada faticosa ed a tratti terribile, ma non ce ne sono altre.
In fondo a questa strada c’è un traguardo meraviglioso che non è solo (!) la possibilità di riunire genitori e figli (perché di questo si tratta, di riunire le famiglie), ma anche qualcosa di più. C’è la possibilità di dimostrare concretamente, nei fatti, che gli ostacoli possono essere abbattuti, le divisioni e le incomprensioni possono essere superate. Se riusciremo in questo intento, daremo ai nostri bambini la possibilità di vivere serenamente la propria storia che è fatta anche del Paese dove sono nati, dove stanno crescendo e dove ci sono persone che li amano; e daremo a tutti la possibilità di credere che questo mondo può andare meglio di come va ora.

E’ per questo che chiedo a tutti di venire con noi per questa strada.

di Giovanni Scibilia